La Prigione. 


Tratto da "Black Life" di Godra Rone.

Ormai erano anni, tutta la mia vita direi oramai, che vivevo solo come un ragno prigioniero dentro una scatola di fiammiferi.
Cioè non sono solo, non sono mai stato solo.
E' sempre stata più come una condizione dell'essere, una condanna a vita prigioniero della mia propria esistenza.
Una vita piena di gente, di persone di amici, di parenti, alla luce accecante di un sole onnipresente.
Tanto presente da non farmi più vedere alcuna luce.
Come due occhi impazziti alla ricerca di qualcosa che non troveranno mai, persi e prigionieri come me dentro ad una vuota scatola di fiammeferi.
Mi sono sempre accostato alla figura di un ragno che tesse la sua tela.
Una tela pervicace che circonda ed imprigiona le persone che mi hanno sempre ruotato intorno.
Come un ragno ho tessuto la mia vita, incagliando ed imprigionando tutti coloro a cui mi sentivo legato.
Ho sempre usato i legacci della mia tela per non fare più sfuggire nessuno.
Manipolando nell'ombra ogni pensiero, ogni sentimento, con l'unico finale scopo della tessitura della prigione.
Una prigione in realtà non degli altri, ma mia.
Ho sempre imprigionato la mia vita, rinchiudendola ed non permettendole mai orizzonti più lontani della mia buia, piccola, misera prigione.
Da tempo, simili pensieri permeavano ogni attimo del giorno.
Ed ogni istante a pensare ancora a questa condizione, era un'istante in più che sottraevo ad ogni paventevole attimo della mia vita.
Come un fuco alimentavo la mia regina, la mia vita, la coccolavo perchè non fuggisse via, perchè non costruisse la sua arnia altrove.
Terrorizzato ed oppresso dall'idea dell'abbandono.

Era con questi pensieri che mi accingevo a tornare a casa, dopo tutta una giornata passata al lavoro.
Una giornata passata a stancare il corpo, nella speranza che la stanchezza spegnesse lo spirito dei pensieri che non mi lasciavano respirare un momento.
Pensieri che soggiacevano mai sopiti e permeavano ogni mia azione.
Era come se un altro "me" vivesse la mia esistenza.
Un altro che in maniera automatica, senza sì, lui pensare, si alzava la mattino, si vestiva, faceva colazione e si accingeva al lavoro.
Un usurpatore inconsapevole del suo vero "me".
Un automa non conscio della propria esistenza.
Che parlava, mangiava, urinava e faceva all'amore.
Senza un attimo di tregua, tutto azione e niente pensiero.
Esattamente il mio opposto.
Che viveva la mia vita non sapendo che non gli apparteneva.
Ed io, angosciato spettatore della mia e sua esitenza, benché pensante non potevo oppormi, benché consapevole non potevo decidere, benché vivo, non potevo vivere.

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