Passi smorzati nel Tempo. 
Arrivava la sera e contavo i passi.
I passi del mattino all'albeggiare, quelli più tenui, sulla spiaggia, anche i più caduci perché spazzati dal mare.
E via via che i passi seguivano i passi, le impronte di facevan più forti.
Sino al mezzodì, quando quasi rimbombavano con cadenza militare, forti e pressanti.
Li guardavo e li contavo, ma il conto si perdeva nell'abbacinante luce del sole.
Li seguivo e li contavo anche il pomeriggio, più tenui e leggeri.
Sicuri, presenti e consolanti.
Ma ne perdevo il numero la sera, il vento sospirava troppo forte.
E la luce si rifaceva tenue.
Ed impossibile era tenerne il conto.
E come un cieco immaginavo di contarne il numero.
Memore dei passi che furono, consapevole di quelli che mai più saranno...

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Cieche Mani. 
Le mani. Non vedevo più le mani.
Mani inarrivabili.
Mani che avevano unto.
Mano che avevano sbriciolato montagne.
Mani forti e possenti.
Mani che avevano consolato al tramonto.
Mani che avevano portato sollievo agli assetati.
Mani pietose.
Mani colme di vita.
Mani piene di sonno.
Mani cariche di sogni.
Mani.
Mani mani.
Mani mani mani...
Ora cieco.
Cieco alla ricerca di mani.
E dii sogni...

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Tra Onde. 
Ho mandato un messaggio alla persona che amo...
Un messaggio in una bottiglia vuota.
Un messaggio diretto ad un altro mondo.
Ad un altro universo.
Un messaggio portato dal vento.
Spinto da decine di Angeli.
Un dolce messaggio che mai leggerà.
Un messaggio che parla di mondo lontani ed incantati.
Fatto di mille granelli di sabbia.
Di mille gocce di sangue.
È un messaggio sussurrato dal vento, su lontane scogliere.
Portato da mille gabbiani in volo su rete lontane.
È un messaggio che mai saprò arriverà.
Perché in un mondo talmente lontano che di perderà nella notte dei tempi.

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Parole portate. 
Vibranti parole percosse da osceni pensieri.
Arrancavano sospinte da un pesante desiderio.
Come gravi, sospesi da flebili lacci.
Come bava, coperti di lussuriosi propositi.
Senza denaro a compenso, ma appaganti ed appagati di sé stessi tracolmi.
Senza dita, ma come dita bramose.
Ad articolare disegni di propositi ignari.
Ignari a se stessi, di sé stessi consapevoli.
Mani aduche e frementi di passioni perse, perdute e mai avute.
Come pupi inanimati ed animati da corde, come strumenti d'orchestra.
Ingannati di consapevolezza e d'arbitrio.
Con false promesse circuiti ed ingannati.
Rutilant i parole che si aggiungon ai pensieri ed ai sentimenti di ieri.

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La Prigione. 


Tratto da "Black Life" di Godra Rone.

Ormai erano anni, tutta la mia vita direi oramai, che vivevo solo come un ragno prigioniero dentro una scatola di fiammiferi.
Cioè non sono solo, non sono mai stato solo.
E' sempre stata più come una condizione dell'essere, una condanna a vita prigioniero della mia propria esistenza.
Una vita piena di gente, di persone di amici, di parenti, alla luce accecante di un sole onnipresente.
Tanto presente da non farmi più vedere alcuna luce.
Come due occhi impazziti alla ricerca di qualcosa che non troveranno mai, persi e prigionieri come me dentro ad una vuota scatola di fiammeferi.
Mi sono sempre accostato alla figura di un ragno che tesse la sua tela.
Una tela pervicace che circonda ed imprigiona le persone che mi hanno sempre ruotato intorno.
Come un ragno ho tessuto la mia vita, incagliando ed imprigionando tutti coloro a cui mi sentivo legato.
Ho sempre usato i legacci della mia tela per non fare più sfuggire nessuno.
Manipolando nell'ombra ogni pensiero, ogni sentimento, con l'unico finale scopo della tessitura della prigione.
Una prigione in realtà non degli altri, ma mia.
Ho sempre imprigionato la mia vita, rinchiudendola ed non permettendole mai orizzonti più lontani della mia buia, piccola, misera prigione.
Da tempo, simili pensieri permeavano ogni attimo del giorno.
Ed ogni istante a pensare ancora a questa condizione, era un'istante in più che sottraevo ad ogni paventevole attimo della mia vita.
Come un fuco alimentavo la mia regina, la mia vita, la coccolavo perchè non fuggisse via, perchè non costruisse la sua arnia altrove.
Terrorizzato ed oppresso dall'idea dell'abbandono.

Era con questi pensieri che mi accingevo a tornare a casa, dopo tutta una giornata passata al lavoro.
Una giornata passata a stancare il corpo, nella speranza che la stanchezza spegnesse lo spirito dei pensieri che non mi lasciavano respirare un momento.
Pensieri che soggiacevano mai sopiti e permeavano ogni mia azione.
Era come se un altro "me" vivesse la mia esistenza.
Un altro che in maniera automatica, senza sì, lui pensare, si alzava la mattino, si vestiva, faceva colazione e si accingeva al lavoro.
Un usurpatore inconsapevole del suo vero "me".
Un automa non conscio della propria esistenza.
Che parlava, mangiava, urinava e faceva all'amore.
Senza un attimo di tregua, tutto azione e niente pensiero.
Esattamente il mio opposto.
Che viveva la mia vita non sapendo che non gli apparteneva.
Ed io, angosciato spettatore della mia e sua esitenza, benché pensante non potevo oppormi, benché consapevole non potevo decidere, benché vivo, non potevo vivere.

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Canto d'Unione. 


Prometto che seguirò i tuoi passi.
Quelli davanti a te e quelli dietro di te.

Sarò il tuo gregge e sarò il tuo pastore.

Guarderò le stelle nella volta del cielo insieme a te.

Ascolterò la tua musica nel vento tra le fronde.
Ti farò udire il suono dei miei sogni.

Assaggerò con te il fiele della vita.
Assaporerò con te i gustosi frutti della vita.

Voleremo insieme sulle ali di un'effimera farfalla.

La vita è come una farfalla un breve istante nell'infinità del tempo.

La bellezza della farfalla è come il nostro Amore.
Sarà pure un attimo, ma resterà per sempre.


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Rintocchi lenti. Come di Pioggia. 


Buio. Luce. Tempesta.
Nel nulla il pieno è tutto ciò che resta.
Nettare divino che tintinnante cade.
Che diviene divenendo in nubi rade.
D’ argento il plumbeo si ricopre,
mentre guardo il lume che percuote.
Luce cecante si rifrange in grosse gocce,
come carezze sul volto le rotolanti bocce.

Ancora osservo il cielo ovunque terso e nero,
che di pioggia picchiettante ricopre il cimiero.
Battendo scroscia e insistendo percuote l’ uscio,
e di pensieri ricolma, non più stretti in un guscio.
Tamburellante, forte il vento, si fa strada,
tra rintocchi e fiumi di parole in radura rada.

Un suono, lo stesso a se stesso in me stesso,
odo il cadere ed il levare come di riflesso.
Avanzo quindi con passo nella fredda rugiada,
che sento sulla pelle come ricoperta di giada.
Ho poco tempo, improvviso mi ricordo.
Non ho più pensieri che in me non scordo.



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Il pagliaccio e le sue vuote casse 


Veniam da lontano e marciamo su strade,
noi siam ventisette i guerrieri dell’ Ade.

Per ogni contrada e su sentieri di sangue,
spargiamo la morte sino a che vita non langue.

Pazzo il vecchio predisse sagacia e battaglia,
piombammo su un mondo di vetri, di fuoco e di paglia.

Vieni con noi griderai alla vita,
abbiamo due teste, tre code e sei dita.

“Lo sguardo del pagliaccio improvviso si ritrasse,
le mani a fermare le di legno e vuote casse.”

“Le sere bruciate all’ amore a pensare,
su strade senza meta, fine, a gridare.”

“Un fiore ed un pensiero nel mare,
io pagliaccio con cupidigia a bramare.”

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La vacuità del folle, folle tempo 


“Incespicando nella luce, colto da bagliore, persi il tempo e persi l’ orizzonte.”


Quanti, dissero e ridissero, nel bagno porpora di vita e morte.
Quanto ogni potere dato e preso, a sfregio e scusa, come scudo s’ inalbera al cielo ed alla sorte.
E forte è dato, ad ingigantire il forte.
E preso, ad impietosire il folle.
Folle di vita, di solitudine e disperazione.

E nel piccolo identica vedo la stessa, bramosa ed insignificante incomprensione a se e al mondo.
E nello specchio osservo, con occhi assonnati, l’ adagio e l’ ingrasso all’ anima che nel calice stracolmo abbondano.

Oh forse lontano un mattino sveglio e desto al mondo potrò osservare finalmente il cielo,
sgombro di nubi, sgombro di ombre, sgombro di falsa accecante luce.

ODINO


MA CHE TU

PENSI DEL CIELO

E DELLA TERRA INTERA?


DEL CIELO E DELLE NUVOLE

DELLE ONDE DEL TEPORE E DELLA LUCE?

DEL FISCHIO DEL TEMPO, DELL’ URLO DEL GABBIANO,

E DEL SILENZIO INNOCENTE, ARDENTE DEI TUOI OCCHI NERI E COSI’ PROFONDI?


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20 o 30 mila 


Cominciammo in tanti, in 20 o 30 mila
poi andammo avanti, si sa il tempo uccide.
Lenti e inesorabili, avanzammo a stento
prima di voltarci e di piegarci a terra.

Procedemmo in molti, ed 1 ad 1
prigionieri od uccisi, e sia lo spazio! ci racchiuse.
Plasmati e lavorati, su giochi ed archi
non fummo che poca coscienza e fumo di conoscenza.

Incedemmo in sparuti gruppi, in cerchio (0)
liberati e solo sopravvissuti, e sia lo spazio... si curvò.
A lavorare chi su anima, chi su pane
persi e ci perdemmo, lasciando libero lo spirito, il più bello.

Rimanemmo una manciata tutti uguali, tutti diversi,
e fermi lì a guardare, si sa il tempo consuma.
Veloci e logorati, precipitammo in verso
e ci voltammo insieme e ci voltò la terra.

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In Silenzio 
In silenzio muovo i primi passi.
In silenzio esalo gli ultimi respiri.
In un sommesso silenzio ho ascoltato la terra.
In un umile pensiero ho creato il mondo.
Sono nel vento.
Nel vento sono nella polvere.
Nella polvere sono posato a terra.
Nella Terra sono diventato polline.
Un soffio di vita, un soffio nel sole.
E dietro il sole, nulla.

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In Silenzio le Urla 
(Edward Munch, L'urlo, 1893 Oslo Munchmuseet)

Non si capisce il motivo,
il perché non si odan sol voci,
spirar tra le fronde d'ulivo,
ma l'urlar dell'anime in croci.

Non s'intende alcuna ragione,
della assenza di colori,
imbrigliati spinti in prigione,
e di mille spenti bagliori.

Non v'è 'na ragione alcuna,
se manca il profumo del mare,
che mille pensieri raduna,
ma dell'acre sentore del sale.

E vi è più e più d'uno motivo,
se non fa' più urlo alcuno,
se tra le fronde affaccia schivo,
chi urlava come nessuno.

E s'intende tanto ragione,
dell'esploder dei mille bagliori,
che crolla come un bastione,
forse spenti tra tanti vapori.

E capisce ragione più d'una,
senza odore avanzare,
deserta è come una luna,
pregno di sapori non pare.

E si capisce ma non s'intende,
d'aver motivo o la ragione,
dell'odor, la luce e le voci,
di nessuno il pensiero pende,
alcuna impartita lezione,
in silenzio urlando atroci.

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Pezzi 


Hai fatto a pezzi il mio castello.

Hai sventrato le vetrate colorate alle finestre con la tua fetida lancia.

Hai strappato i drappi che soffici coprivano le cose.

Hai devastato ogni angolo, hai chiamato un maligno vento a soffocare di polvere e di detriti gli arazzi, i tappeti.

Hai urlato in ogni stanza, in ogni stanza ove vi era colore ora vi è solo il grigio adombrato dell'oscurità.

Hai colpito con innumerevoli colpi di mazze ogni parete, ogni anfratto, ogni riparo, ogni tegola.

Hai schiacciato, hai calpestato ogni singola parola, ogni frase mai pronunciata, ogni pensiero.

Hai devastato con la cieca violenza di un'anima dannata ogni ricordo, ogni illusione appesa alle pareti, poggiata di sfuggita sui tavoli.

Hai pronunciato parole dalla leggerezza di massi prometei per schiacciare ogni letto, ogni giaciglio, ogni coperta.

Hai coltivato negli antichi verdi e rigogliosi giardini, rovi, sterpi, muffe asfissianti, erbacce.

Hai calato pesantemente sotto il tallone la luce delle candele e dei lumi.

Hai strappato ogni libro, ogni pagina, ogni lettera, ogni pensiero libero.

Hai morso, lacerato, sventrato le stoffe, hai graffiato, rovinato ogni legno.

Hai cancellato con nera vernice ogni pittura, ogni affresco, ogni quadro.

Hai sbriciolato ogni frammento perduto per terra, ogni memoria rotolata per caso sotto un divano, un cuscino.

Hai continuato con accanito accanimento a prendere, imprigionare e spegnere ogni fiammella appiccata.

Hai permesso che come un fiume in piena, venisse travolto ogni luogo, ogni spazio, ogni rifugio.

Hai permesso al silenzio di avanzare e catturare per poi finire, le sottili note delle cose.

Hai reso cieca ogni finestra, hai mangiato, famelico affamato, ogni luce.

Hai reso tuo nutrimento le lucenti armature del palazzo.

Hai preso e sciolto i dardi, le mazze, i martelli, i giavellotti.

Hai preso ed incatenato i lacci, le cinghie, le funi, le catene stesse.

Hai volteggiato, preso da una moltitudine di fuochi, devastando ogni dove, mai sazio, mai stanco esausto od appagato.

Hai incendiato, preso da incessante furore, l'aria stessa, pregna di candidi sapori, di soavi odori.

Hai scagliato anatemi, maledizioni, mortali ed irriverenti nelle pieghe scomposte degli spiriti segreti.

Hai corso come una furia, come un toro scatenato nelle stanze di cristallo.

Hai sbriciolato, non pago, ogni singolo frammento degli specchi posti a guardia del maniero.

Hai rubato ogni tesoro, ogni argento, ognuna delle mille ed ancora mille gemme abbaglianti.

Hai fatto, preso, cancellato, rovinato, strappato, morso, ingoiato e poi sputato, ma mai, mai, restituito.

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Ricordi? 


"Ti ricordi quando eri immerso nella nebbia?,
Ti ricordi che il cielo, che sovrastava le nubi, era terso e scuro?,
O forse ti ricordi quella musica lontana portata dal vento?
O forse era il vento stesso?"

"Io mi ricordo del giglio, dei petali che veloci giù dal cielo riempivano il mio cuore.
Sai mi ricordo, oh si mi ricordo delle rondini e del gabbiano e dei viaggi lontano.
E forse mi ricordo della dolce, soave musica del brusio delle fronde.
E forse dell' autunno."



"Come fai a ricordare?
Come ricordi il momento che venne prima della solitudine?
Sei forse non memore delle urla disperate del vecchio e del vaggito inutile e perso del bimbo?
Sei forse lontano?"

"Sono solo perso e fluttuante in questo pazzo mare.
So', ma so' della forte ineluttabile gioia del cuore ed in esso la vita.
Sono immenso e grande, nell'amore esisto e mi perdo.
Mentre nugoli di palpitanti fremiti mi colgono."



"Tu che fai?
Tu stai urlando con disperazione immensa, non Vedi?
Che dici?
Che forse tu e tu solo sei, perso con le braccia non viste tese al cielo?"

"Ma tu ricordi?
Ricordi il celeste colore del cielo?
Ricordi la distesa di nubi ai tuoi piedi?
Mentre sul monte Olimpo dall' alto guardavi gli uomini?"



"Oh se ricordo.
Ricordo, ma non riesco a dire.
Solo buio esce dalle mie parole.
Solo dolore piangono le mie lacrime."

"E dei suoni, soavi dell' erba frusciante a Primavera?
Di essa non hai più ricordo?
Del canto estivo del grano mentre esso d'oro, d'oro veniva ricoperto?
Forse non odi più Odino stesso?"



"Ricordo solo l' autunno.
dei colori bruni che sul viso si ricopriva.
E le tempeste fredde e glaciali invernali del manto bianco nevoso.
Non vedo più .... o come si chiamava che si perdeva?"

"Orizzonte al cielo forse?
Lungo e lontano, amiccante?
Ricordi, si, oh si, so' che ricordi.
E vedi, so', che tu vedi."



"Forse vedo e sogno.
Ma matrigna sento la terra.
Ma come non lasciarsi cullare nel dolore?
Non lasciarsi trasportate in flutti che coscienza non hanno?

"Non so forse non odo forte.
Ma lontano vedo il sole."



"Si forse anch'io lontano vedo che lento il passo l'ombra cede al giorno.
Un solo attimo del tempo e tutto ciò che rimane"




[ Leggi notizia ] ( 1410 letture )   |  permalink  |  $star_image$star_image$star_image$star_image$star_image ( 3 / 809 )
La Nebbia la Sera m'avvolse. 

Mi posai leggero tra profumate lenzuola.
Come nube a diriger pensieri e parole.
La nebbia finalmente avvolse i miei occhi,
e leggera fece leggero il mio corpo pesante.

Mi ritrovai ad intrecciar lance e spade,
a cavalcare bruni e veloci destrieri,
a recider fiori in verdi e colorati giardini.

Oh come ricordo la brezza a scompigliar la chioma,
l'abbacinante luce a giocar tra le ombre e le fronde.
A venirmi incontro i mille sfavillanti riflessi,
i brusii, i mormorii dei petali e delle onde spigate.

Non capii come vennero a sgorgar mille e mille lacrime,
a sgorgar via tra le valli dei pensieri assorti.
Infine li vidi allora!
Arrivare al trotto armati, luccicanti in sfavillanti armate.
Mille e ancora più di mille scuri, neri, bui.
A parar dinnanzi strafottenti e baldanzosi.
A mieter grano con le lance in resta.
A guardare senza occhi, vuoti ed inesorabili.

Come loro i mille e mille pensieri aggrovigliati,
ammassati a voler uscir per primi.
Incontrollabili passioni, amori, ricordi a fuggir lontano.

Immobile in mezzo la pianura li vidi arrivare.
Immobile li vidi uccidere e straziare.
Immobile senza più anima li vidi. Indicibili.
Immobile con gli occhi al di la del mondo, li vidi.

Dove vai? Niente parole. Niente Dolore.
Non c'erano Draghi in questa sconfinata, immensa pianura.
Solo il lieve, dolce scolpir del vento.
Ignaro.
In intrecciate danze, in vorticose, pazienti, folate.
Ma ignaro.

Come vorrei veder ignaro il mio cuore.
A risvegliar l'animo il mattino s'impegnava.
A non voler socchiuder gli occhi alla luce incipiente.
La mente mia vagava ancor.
In inutili danze di memorie colorate.
E finalmente ignara ed ancor più nell'eterno ignara,
si destava al giorno, al voglioso giorno.

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Silenziosi Passi. 

Ero cresciuto da mille e mille anni in questa verde e florida valle.
In mezzo al profumo di soavi canule, alla fragranza del fieno.
Al mattino di buon ora, la luce piena del gracile mattino
sopravvanzava al pallido chiarore delle stelle.

Messi i passi fuori, ancora incerti, sull'umido selciato,
m'assaliva tutt'intorno il lieve fremito del vento,
ancora, egli stesso, incerto sul tono del nuovo giorno.
Mentre da lontano s'udivano i primi versi di piume calde.

Com'era calmo il chinarsi a ristorarsi d'acqua e di dolci canzoni.
L'acqua stessa, quando a goccia a goccia cadeva, in cerchi sempre più persi,
innalzava all'aria dolci melodie piene di memoria e storie.
Ed io con grandi occhi rotondi osservavo anelli su anelli.

Ora muovo ancora passi.
Passi ancora oggi silenziosi.
Passi che non accompagno più.
Passi che mi accompagnano alla sera.

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Mentre cammino, le ombre. 


Ombre che lente si avvicinano,
ombre che salgono su nei pensieri.
Ombre che sole veleggiano,
Ombre che colpiscono oggi come ieri.

Adombrato all'ombra del salice rifletto,
adombrato e cupemente ammantato.
Adombrato come uno gnomo od un folletto,
adombrato e di me stesso appagato.

Scure adombrate immagini nella vasta mente,
scure legioni di scarni teschi e cavalieri.
Scure passioni di vecchio tremenate e cosciente,
scure le ossa in groppa ai destrieri.

Accigliato e scuro alla vista di sole e di peccato,
accigliato con mani rosse e di sangue imbrattate.
Accigliato mai assetato, saziato ed appagato,
accigliato di fronte al sole da fate incantate.

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